TESTIMONIANZE
racconti di vite ai margini della Bossi-Fini
La storia di Uzzal
Uzzal è un ragazzo di 34 anni. Oggi ha lo sguardo lontano. È arrivato in Italia nove anni fa, il primo giorno dell'anno, con una valigia di sogni, come tanti altri. Ha lasciato il Bangladesh con la speranza di migliorare la sua situazione e quella della sua famiglia. Uzzal ha una moglie e quattro figli, due femmine e due maschi. "Uno ha otto anni, uno quattro, un'altra nove e un'altra undici. L'ultimo l'ho visto appena nato."
Appena arrivato ha beneficiato della sanatoria del 1998 regolarizzando la sua posizione e da quel momento ha iniziato a lavorare. Ha svolto diverse attività in fabbrica, vendendo fiori, pulendo macchine e anche come autonomo. Infatti, nel novembre del 2004 visto che non riusciva a trovare un lavoro, assieme ed altri due amici, ha aperto un bar, ma dopo solo un anno è stato chiuso perché il guadagno non era sufficiente. L'anno successivo, con duro lavoro, ha aperto un negozio di alimentari, ma anche questo ha dovuto chiudere subito perché in Italia la vita è cara.Come sappiamo, la realtà lavorativa oggi è precaria e fatta di incertezze e a volte non bastano il coraggio e la forza.
Uzzal ha sempre cercato, e cercando ha sempre trovato. Infatti solo pochi mesi dopo è stato assunto da una società con sede a Modena. Qui ha avuto tre contratti consecutivi fino ad arrivare alla fine del gennaio 2006. La promessa della società era quella di rinnovare il contratto ancora per sei mesi subordinandolo al permesso di soggiorno. Ma secondo la legge sull'immigrazione, Uzzal non guadagna abbastanza. Infatti, quando arriva in Questura per rinnovare il suo permesso di soggiorno questo gli viene negato " in quanto non è stato dimostrato il possesso di un reddito sufficiente al proprio mantenimento" . La fabbrica quindi lo manda via. La realtà è diversa e Uzzal lo sa. Per questo vuole giustizia. Con tutti i suoi risparmi inizierà un ricorso pagandosi un avvocato. Le carte dell'avvocato sono chiare e dimostrano un errore nelle pratiche e nei calcoli della Questura: " l'Autorità amministrativa non solo non avrebbe considerato il fatto che Uzzal nel momento in cui ha avuto la possibilità di regolarizzare la sua posizione di clandestino lo ha fatto, presentando regolare domanda di emersione, ma dimentica anche che ha lavorato otto anni raggiungendo un reddito ampliamente al di sopra dell'assegno sociale". Uzzal il guadagno sufficiente ce l'ha sempre avuto. Ma la Questura non vuole tornare a fare calcoli passati e Uzzal perde la causa e tutti i suoi risparmi. Uzzal, dopo otto anni da regolare lavoro dovrà abbandonare l'Italia. Ma come? Con quali soldi? Con quali aspettative?
"Quando lavoravo per strada, vendevo i fiori, la polizia mi ha fermato e mi ha chiesto perché lo facevo. Io ho risposto: devo morire di fame? No. Compro e rivendo. Loro mi hanno portato al CPT". Quando è stato preso dalla polizia è stato portato in un CPT. Non parla molto di questa sua esperienza. Ma almeno "lì potevo mangiare ". Silenzio. Non è stato trattenuto più a lungo nel centro perché i posti non bastavano per tutti. Silenzio. Mostra però il foglio di via, quello in cui si legge: " Il questore della provincia di Bologna ordina alla persone in premessa generalizzata di lasciare il territorio nazionale entro CINQUE giorni dalla notifica del presente atto. Lo straniero è avvisato che qualora si trattenga senza giustificato motivo nel territorio dello Stato in violazione del presente ordine verrà punito con la reclusione DA UNO A CINQUE ANNI." Con quali soldi partire? Con i centesimi rimasti?
Uzzal ha lo sguardo lontano. Ora vive dal cugino che ha anche lui una famiglia da mantenere ed è l'unico a poter lavorare. Mangia dal cugino, dorme dal cugino, forse, a volte, parla al cugino di come i suoi figli possano essere cambiati dopo quattro anni. " Io penso tanto a mia moglie e ai miei figli. È da quattro anni che non li vedo. Io come posso mangiare qui? Quando so che mia moglie muore di fame? (...) Il mio permesso se l'è mangiato la Questura". Uzzal non ha più niente e vive nella paura che l'illegalità porta, quella che distrugge da dentro. Vive nella clandestinità che non fa dormire nemmeno la notte, racconta.