TESTIMONIANZE
racconti di vite ai margini della Bossi-Fini
la storia di Sakib
Sakib è un ragazzo di 33 anni. Vive in Italia da 16 anni. È partito dal Bangladesh perché la situazione politica era molto difficile e pericolosa, per poter trovare una vita migliore e un lavoro che avrebbe po tuto aiutare non solo lui ma anche tutta la sua famiglia. In Bangladesh era un ingegnere, ha studiato e svolto una vita normale.
Da quando è in Italia ha fatto diversi lavori. A Bologna vive da 9 anni. Nel 2004, dopo essere riuscito a risparmiare qualche soldo e avere fatto un credito in banca di 10 000 euro, ha deciso di aprire un negozio vicino a quello di un suo amico. Non è stato facile, ma è sempre stato abituato a lavorare duro e ce l'ha fatta. Vendeva alimentari e bibite e il negozio era frequentato da diversi studenti. Alla pausa andava a prendersi il caffè nei bar del quartiere. "Qui tutti mi conoscono, qui tutti mi sorridono." Ora i soldi per prendersi il caffè non ce li ha più. Non ha più la macchina, non ha più una casa, non ha più niente. Ora, la sua vita è cambiata.
Il sindaco ha fatto un'ordinanza che dice che alle 21 bisogna chiudere i negozi, e che dopo le nove di sera non si può vendere alcool, quindi Sakib ha perso molti soldi. Quando ha voluto rinnovare il suo permesso di soggiorno, il suo reddito non arrivava ai 5000 euro richiesti dalla legge per rimanere in Italia. Ma torniamo indietro di qualche tempo. Prima che la sua vita cambiasse, tornava regolarmente al suo paese per rivedere la famiglia. Quattro anni fa, proprio nel suo paese ha incontrato una donna con la quale si è sposato. È ripartito per l'Italia lasciandola in attesa di un bambino e pensando di ritornare presto ad abbracciarla, pensando di costruire una vita con lei. Ma questo non è mai potuto accadere, il bambino è nato e Sakib non ha mai potuto vederlo perché, una volta ritornato in Italia si è visto derubare di tutto. Sakib è stato derubato della sua vita.
Tornato in Italia è stato obbligato a chiudere il negozio: la Questura aveva deciso che il suo reddito mensile non era sufficiente. Infatti, la legge Bossi-Fini impone un guadagno annuo di almeno 5000 euro per i lavoratori autonomi. Sakib questi soldi non ha mai potuto guadagnarli. La fatica fatta per arrivare alla fine del mese e per sopravvivere è stata ripagata solamente con il divieto di continuare la sua attività: era troppo povero per poter lavorare. Il suo sudore non è servito a niente, se non a sentirsi dire che no, non era abbastanza il suo guadagno.
"Questa legge non è buona, è vero che quest'anno non ero arrivato al mio reddito, ma non si può lasciare stare? Se mi avessero dato ancora sei mesi di permesso avrei potuto lavorare molto per arrivare al mio reddito, no? Non sarebbe stato meglio cosi? Loro che cosa hanno fatto subito? Non mi hanno rinnovato il permesso. Questa legge non va bene, io non sono un animale ! (...) Ma non sono solo io ad essere stato rovinato, al minimo 10 000 persone sono state rovinate."
Visto che la legge Bossi-Fini lega il permesso di lavoro al permesso di soggiorno, vedendosi rubare il proprio negozio, Sakib è stato derubato anche del proprio permesso di soggiorno. Ora da quattro anni è obbligato a vivere nell'illegalità. Al mese guadagna piu a meno 100 o 200 o 300 euro, qualche volta mangia, qualche volta no.
"Lo sai come faccio per mangiare? Vado a chiedere nei giardini per tagliare qualcosa, mi faccio 10 euro, chiedo di lavorare in nero, ma è raro che trovo qualcuno che mi dia più di due ore. E quando arriva la polizia devo subito andare via, via! però mi piace lavorare, ma onestamente. Adesso quando lavoro e arriva la polizia . I padroni dicono "Quando vedi la polizia devi andare via altrimenti mi faranno la multa" Io una volta sono andato via talmente veloce che ho lasciato una scarpa (...) Perché è cosi? Perché è cosi?"
Butta fuori la sua rabbia disperato, esasperato da queste ingiustizie che ha subito e dall'incomprensione che lo sta mangiando . Racconta con malinconia di essere stato come noi, uno studente. I ragazzi che ci passano accanto in via Zamboni, con i libri e le cartelle, con le chiacchiere ed i sorrisi, sembrano ricordargli qualcosa di lontano. Di aver fatto l'autista, e di avere guidato durante 5 anni i camion sulle strade dell' Italia.
"Questa legge crede che siamo degli animali. Ma io non sono un animale. Ma non ho più niente. L'unica cosa che mi è rimasta è la patente della macchina che non ho più. Quando la polizia mi ferma per chiedermi i documenti faccio vedere questa patente. Perché fino a quattro anni fa la mia vita era normale." Normale come i passanti che ci scivolano da parte senza vederci, senza sapere la disperazione che può nascere quando si è derubati della propria vita.
"Io non posso rubare qualcosa, non posso, perché io non sono un animale, ho studiato, non posso, questo è male. Questo lavoro lo fanno gli animali. Io preferisco morire che rubare."
Andiamo a bere un caffè vicino a dove un tempo c'era il suo negozio. Tutti lo salutano con un sorriso. Forse non sanno niente, forse immaginano, forse. Ma poco importa perché in realtà Sakib è solo, oggi. L'unica cosa che gli resta è tanta rabbia verso un sistema ingiusto che ruba le vite, le prende e le distrugge. Ma negli occhi c'è ancora una speranza, sarà forse per la sua giovane età, sarà forse per la sua forza, sarà forse per quella voce che di tanto in tanto può chiamare per telefono e sentire la sua famiglia piangere : "Papà, quando torni?" Il bambino che non ha mai potuto toccare lo cerca, lo aspetta, ancora non sa.
Sakib pensa che non tornerà in Bangladesh. "Questa storia è gia da 4 anni che la subisco, nessuno mi ha sentito, adesso sono stanco, io lascio perdere, (...) io sono un animale adesso (...) Non dormo più da due anni (...) mi bruscia il cuore (...) Morirò in Italia" dice. È prigioniero di un sistema che gli ha rubato la possibilità di ritornare. Come potrebbe raccontare tutto questo alla famiglia, lui che era partito tanto tempo fa per aiutarla?
Ma in fondo, se lo si guarda davvero, una luce, una speranza illumina ancora il suo viso che grida giustizia. Quando avrà la possibilità di "vivere" ci inviterà in discoteca, dice. Seduto sul marciapiede guarda la gente che passa, come la vita.