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TESTIMONIANZE

racconti di vite ai margini della Bossi-Fini

la storia di Djamel

Djamel ha 25 anni. È partito dal Marocco perché la famiglia era troppo grande. "Sono partito in pulman. Ero minorenne e non mi rendevo conto del pericolo che stavo correndo facendo il viaggio. Avevo solo sedici anni".

Arrivato in Italia è stato per un primo periodo clandestino vivendo per le strade di Bologna con i suoi soli diciassette anni. In quel periodo ha incontrato un'associazione che l'ha aiutato ad entrare in una comunità di accoglienza per minori non accompagnati.

 

In comunità ha vissuto un anno dove ha seguito un corso di formazione professionale ed ha imparato l'italiano.

Appena uscito dalla comunità ha iniziato a lavorare e così è stato per tutti questi anni. Djamel ha lottato. Ha sempre trovato lavoro ed è sempre stato gratificato dai suoi responsabili. Ma per il mercato del lavoro, precario e discriminatorio, a volte lottare e credere non è abbastanza.

Djamel cercava lavoro avendo ancora il permesso per un mese ed incontra una persona che lo assume tranquillizzandolo e dicendogli che non ci sarebbe stato problema.

Quando il suo datore di lavoro gli ha chiesto di spostarsi a Rimini per lavorare in un'altra sede, Djamel è partito. Il permesso gli stava per scadere e Djamel non voleva rischiare di vivere un'altra volta nella clandestinità. Chiedeva continuamente al capo i documenti del contratto per poter andare in Questura e fare le pratiche di rinnovo del permesso. Chiedeva. Chiedeva. "Guarda capo che mi sta per scadere il permesso di soggiorno e se succede non posso più fare niente. " Le risposte erano sempre le stesse e le settimane passavano. "Tu vai a lavorare, vai tranquillo. Tranquillo. Aspetta." E così Djamel ha fatto. E aspettando ha cominciato a lavorare anche il sabato e la domenica, perché il capo aveva bisogno di braccia forti e Djamel le aveva. "Come io ho bisogno di lui, ho iniziato a lavorare anche la domenica, anche il sabato. Stavo là in albergo e non venivo neanche a casa mia. Stavo là e lavoravo. Facevo 10 ore e mi pagava 50 euro al giorno."

Se non avesse ubbidito sarebbe stato probabilmente licenziato subito e non avrebbe potuto avere i documenti necessari per rinnovare il suo permesso. Permesso che serviva per restare in Italia sotto la luce del sole, a spaccarsi la schiena per un sogno. Forse il sogno di una famiglia felice.

Il tempo era sempre meno e la possibilità di rinnovare il permesso diventava una preoccupazione sempre più pesante. Djamel cerca di parlare ancora al capo dicendogli che forse è il caso di iniziare a prendere un appuntamento in Questura, visto che i tempi di attesa sono a volte lunghi. Il padrone rispondeva "va bene, quando hai bisogno dei documenti te li preparo." Per diverso tempo però non si è fatto più trovare al telefono. Quando Djamel è riuscito a ricontattarlo gli ha detto: "Guarda capo, io ho bisogno dei documenti per fare il rinnovo perché.è già troppo tardi." Il padrone, dopo questi mesi in cui ha approfittato della forza di Djamel facendolo lavorare in nero, gli ha portato due documenti che non sono serviti a niente e la Questura non li ha accettati perché fuori termine.

"È stato come trovarmi un muro di fronte." Dice con una voce dolce nella quale si può sentire una grande tristezza.

Questo datore di lavoro, come tanti altri, ha assunto Djamel mentre il suo permesso era acora valido illudendolo di aiutarlo con un contratto di lavoro. Ma il capo non aveva intenzione di aiutare il giovane, aveva solo bisogno di due braccia da sfruttare per dieci ore al giorno anche il sabato e la domenica. Chi accetterebbe queste condizioni di sfruttamento se non qualcuno che ha disperatamente bisogno di un contratto di lavoro per assicurarsi un nuovo permesso di soggiorno? La strategia Bossi-Fini è chiara alla luce del sole.

"Io bisogno di lui, lui bisogno di me"

Djamel ha tentato di ricostruire la sua storia lavorativa con la Questura, ma il padrone è arrivato a negare i rapporti di lavoro che esistevano con Djamel. Ha negato davanti agli occhi increduli del ragazzo e dell'associazione che ha aiutato Djamel dal suo arrivo fino ad ora.

Quando il capo gli aveva portato delle carte e gli aveva detto di firmarle perché doveva essere trasferito ancora in un'altra sede, abusando del suo potere e delle conoscenze linguistiche, aveva mentito.

"Io mi sono fidato. Mi ha fatto firmare il foglio di licenziamento. Non lo sapevo, lui non mi aveva detto proprio niente"

Ora è da quattro mesi che Djamel non ha più lavoro e che non ha più nessun diritto. La famiglia rimasta in Marocco non sa niente di questa situazione: "Non posso farli preoccupare, questa situazione devo risolverla io. Da solo."

"Sto male, male, male. Tutto è crollato. (.) Non avrei mai pensato che un giorno potesse succedermi questo. Ora non ho più niente, fra un po' perdo anche il posto letto. Non so proprio cosa devo fare."

Nel suo sguardo l'incomprensione, l'abbattimento per quello che è successo. Dando fiducia al suo padrone si è fatto sfruttare. Ora non ha più niente.