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Kosovo

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TESTIMONIANZE

racconti di vite ai margini della Bossi-Fini

La storia di Tahiri Arben

Arben è nato a Peya, nel Kossovo ai confini con l'Albania nel 1977. È arrivato in Italia in bus nel novembre 2002 ed è rimasto "prigioniero di se stesso e della Bossi-Fini" ( L'Unità , 11 luglio 2003) durante 9 mesi. Era partito nella speranza di migliorare la sua situazione e quella della sua famiglia, ma dopo aver soggiornato tre mesi da un suo parente a Montecreto, nell'Appennino modenese ha deciso di tornare a casa dove lo aspettavano sua moglie e i suoi tre bambini. Ma come fare avendo perso il passaporto?

Arben è stato fermato più volte dalla polizia ed ha trascorso un periodo nel CPT di Modena. In questa prigione per persone che spesso non hanno commesso alcun reato, come in questo caso, la volontà era quella di fare delle ricerche sulla sua "vera" identità. Nessuno ascoltava le parole di Arben. L'hanno rilasciato dopo poco tempo perché non c'era un interprete kosovaro in grado di comunicare con lui.

Ogni volta che veniva fermato dalla polizia, ad Arben veniva dato il foglio di espulsione, con l'obbligo quindi di lasciare il paese entro cinque giorni. Ma Arben ha provato diverse volte a partire. Una volta è arrivato al confine tra l'Italia e la Slovenia, ma è stato rimandato indietro perché non aveva i documenti. Un circolo vizioso senza nessuna coerenza incomincia: se non lascia il paese e la polizia lo controlla viene rimesso nel CPT, e se cerca di lasciarlo viene subito fermato visto che non ha nessun documento.

La stessa legge che gli ordina di partire, lo obbliga a restare entro i confini italiani. L'unico modo per risolvere questa situazione e tornare a casa sarebbe passare clandestinamente dalla frontiera.

Arben ha una fragile condizione psicofisica ed ha difficoltà ad orientarsi e a prendere decisioni. Giuseppe Chimisso dell'associazione Skanderbeg che lo conosce bene, parla di lui: " È un po' svanito, ha difficoltà a organizzarsi, a cercarsi un lavoro. Ma è molto tranquillo e gentile, forse anche troppo, perché qualcuno potrebbe approfittarsene." ( L'Unità , 11 luglio 2003).

Arben inizia così a vivere per le strade di Bologna. Dorme sulle panchine di un giardino in Via Stalingrado, in zona Fiera, nelle periferie della città. Inizia in questo modo una storia particolare, una rete di solidarietà della notte. Infatti prostitute, travestiti, ragazzi che vanno in discoteca o stanno fuori la sera ed anche un autista dei bus dell'Atc iniziano ad aiutarlo portandogli vestiti puliti e tessere telefoniche per poter chiamare la sua famiglia. In un qualche modo Arben riesce a lavarsi e a cambiarsi regolarmente e un signore che vende le piadine sul suo cammino che è sempre nella zona risolve il problema del cibo.

L'associazione Skanderbeg cerca di aiutarlo in tutti i modi. Cerca di ricontattare i suoi parenti a Montecreto per tentare il ritrovamento del suo passaporto.

"L'ultima idea per un rapido rimpatrio è quella di riuscire ad aggregare Arben a una carovana di un'Organizzazione non governativa che parta per una missione di solidarietà in Kosovo". ( L'Unità, 11 luglio 2003).

Dopo aver escluso la possibilità di un rimpatrio clandestino e aver provato invano a riportare Arben via terra e via mare, l'associazione è riuscita a ridare ad ragazzo la possibilità di tornare alla sua terra con un'autocertificazione: "un foglio con le generalità e la foto del ragazzo, la cui autenticità è stata suggellata dal console albanese di Milano (competente per tutto il Nord Italia) Muco Stepa (.) " ( L'Unità , 15 agosto 2003). La famiglia italo-albanese Kipiptiu affiliata all'associazione, si è occupata di comprare un biglietto d'aereo Colonna-Vienna-Pristina. Ma ancora problemi: Se fosse atterrato nella capitale austriaca sarebbe stato arrestato visto che l'autocertificazione valeva solamente per entrare in Albania. Il 13 agosto Giuseppe Chimisso ricompra quindi un altro volo, questa volta Bologna-Tirana e Tirana-Pristina.

"Si conclude così l'odissea del giovane migrante (.) che non riusciva ad uscire dai confini nazionali, collezionando avvisi di espulsione come fossero figurine (.)" ( L'Unità, 15 agosto 2003).