RISORSE
Percorsi della migrazione e sofferenza psichica
di Daniela Iotti, Psicologa - Associazione Diversa/mente
L'esperienza della migrazione può rappresentare per molte persone un'importante alternativa di vita di fronte a situazioni non più sopportabili o comunque insoddisfacenti. Come sappiamo, essa rappresenta tuttavia una condizione esistenziale che comporta grandi fatiche e sofferenze, e rischi spesso rilevanti per la salute fisica e mentale. L'esperienza della migrazione comporta infatti molte perdite: non solo perdite affettive (parenti e amici lontani), ma anche di importanti punti di riferimento rappresentati della cultura di appartenenza; perdite che spesso determinano un sentimento, magari solo passeggero, di maggiore vulnerabilità e di indebolimento della propria identità personale. A questa condizione di sradicamento dalla propria cultura, si associa l'impatto con una realtà nuova, difficilmente prevedibile e spesso poco accogliente, in grado di produrre una vera e propria esperienza di crisi, di progressiva perdita della pertinenza e della forza dei propri sistemi simbolici, relativi al significato del mondo: una realtà, insomma, in grado di determinare un trauma migratorio .
Nella maggior parte dei casi non si tratta di eventi violenti, improvvisi e di durata limitata, ma di una condizione di tensione, ansia e sofferenza che si prolunga e si ripete nel tempo e che può rimanere silente anche per anni, fino al momento in cui, per accumulo, si manifesta (come molte delle testimoniane raccolte ci confermano) attraverso forme di disorganizzazione psichica più o meno profonde e durature.
Più specificamente avviene che la persona, sradicata dal proprio contesto culturale e affettivo, non riesce più a mantenere la funzionalità del suo sistema di riferimento interno; infatti, affinché questo sistema continui a funzionare, ha bisogno di appoggiarsi su un contesto culturale che almeno in parte gli corrisponda . In questa fase di smarrimento sarebbe importante che la persona immigrata trovasse sia dei riferimenti affettivi esterni (nessuno di noi può esistere indipendentemente dagli altri sia da un punto di vista pratico, che da un punto di vista emotivo) che degli spazi di riconoscimento nel nuovo contesto che la aiutino a contenere le ansie di questo periodo. Ma il più delle volte la perdita dei legami affettivi e la condizione di isolamento in cui vivono molti immigrati (l'estrema solitudine di cui parla Ben Jelloun) riducono le possibilità di queste conferme. Le risorse a disposizione possono allora non essere sufficienti a governare e a integrare i cambiamenti culturali, lasciando l'individuo solo a costruire, nel breve tempo di qualche anno, quello che le popolazioni autoctone hanno elaborato lentamente e trasmesso a piccole dosi; e lasciandolo ugualmente solo a cercare di acquisire rapidamente i codici essenziali che guidano e reggono la cultura d'accoglienza.
L'esito positivo o negativo dei processi migratori dipende da molti fattori e coinvolge varie componenti: le ragioni per cui si è emigrati e le circostanze della migrazione (se la persona fugge dalla miseria, da persecuzioni politiche e da guerre, se ha fatto una scelta solitaria, individuale, se è approvata o meno dal gruppo di appartenenza); c he cosa lascia nel paese di origine , e come è stata vissuta la partenza dai propri familiari e parenti; quali aspettative ha nei confronti del paese di arrivo e se sono più o meno realistiche; quali caratteristiche personali possiede (solidità dei propri oggetti interni positivi, capacità di integrare le conflittualità, ecc.); quali situazioni esterne e quali modalità di accoglienza la società ospitante mette in atto. Infatti, quando un'identità vacilla e rischia di frantumarsi, le conferme esterne , come ad esempio un lavoro sicuro, il possedere una casa, l'ottenimento della carta di soggiorno, il riconoscimento positivo delle proprie appartenenze, possono funzionare come potenti elementi di coesione dell'identità . Viceversa la mancanza di questi riconoscimenti contribuisce ad accrescere il senso di precarietà e di anomia e a fiaccare il senso di coesione di una persona.
La società di accoglienza ha quindi la possibilità di incidere significativamente sugli esiti dei processi migratori, attuando politiche sociali e istituendo leggi che facilitino le persone nell'affrontare cambiamenti, anche radicali, senza smarrire il senso della propria identità e dignità.
Poiché l'esperienza della migrazione è fondamentalmente un'esperienza di rottura dei legami (relazionali, culturali, intrapsichici, spaziali, ecc), la società di accoglienza dovrebbe costruire relazioni e contesti e realizzare interventi in cui queste fratture possano essere almeno in parte ricucite. L'elaborazione di cambiamenti culturali radicali e la possibilità di ricostruire connessioni interne alla persona può essere facilitata da situazioni che abbiano le caratteristiche di uno "spazio transizionale ". Questo termine, che si rifà alla celebre definizione di Donald Winnicott, riguarda tempi e luoghi in cui possano coesistere entrambe le forme di realtà (quella soggettiva e quella oggettiva, quella del paese di origine e quella del paese di accoglienza), permettendo alla persona di attraversare i cambiamenti culturali senza esserne traumatizzata; tempi e luoghi in cui le appartenenze, le componenti culturali, i valori, le rappresentazioni del mondo, possano "transitare" ed essere creativamente ripensate, anziché "fissarsi" in rigide percezioni di sé e dell'altro o in visioni del mondo incapaci di comunicare tra loro e confrontarsi. La persona immigrata deve tuttavia poter trovare una sua " autonomia interattiva ", cioè un modo soggettivo di inserirsi all'interno delle dinamiche di acculturazione, da cui altrimenti potrebbe rischiare di essere inghiottito. Non dobbiamo perciò richiedere alle persone di essere più italiani che maghrebini, o albanesi, piuttosto che cinesi, ma mettere a disposizione dei valori e lasciare agli individui il compito di tessere le loro trame, di trovare modi di vivere nuovi e creativi. Considerare tutti questi aspetti ci aiuta a capire che non esiste un migrante a sé stante , bensì un soggetto individuale in relazione al suo contesto di provenienza relazionale e sociale: possiamo allora chiederci quali cause lo abbiano portato ad emigrare, come abbia preso la decisione di emigrare, che ruolo egli avesse nella propria comunità, cosa sapesse o immaginasse del paese di destinazione, cosa si aspettassero da lui la famiglia e le persone che ha lasciato al paese di origine, e, in relazione al contesto di accoglienza, che cosa troverà all'arrivo, cosa la società che lo ospita si aspetterà da lui, che ne sarà nel nuovo paese delle sue abitudini di vita, del suo modo di dare significato alle cose, delle sue divinità, dei suoi saperi.
Cominciare a porsi queste domande ci aiuta a mettere in discussione l'immagine stereotipata dell'immigrato come soggetto omogeneo e senza storia - e soprattutto ci aiuta a evitare di ridurre l'identità di una persona al solo fatto di trovarsi a lavorare e vivere in un paese che non è quello di appartenenza.